I.I.S.S. OSCAR ROMERO - Viale Papa Giovanni  XXIII,  25  10098 Rivoli (To) - Tel. 011.958.67.61 / 011.958.93.58 - Fax 011.956.11.60
 

 

 

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STORIA ISTITUTO

 

foto istituto

 

L’edificio in cui è ospitato l’Istituto ROMERO è stato costruito a partire dagli anni ’30 per ospitare il Seminario di Torino con i suoi studenti ed insegnanti.

La denominazione “Seminario” è rimasta nell’uso locale per indicare la località, anche dopo che, negli anni ’70, il Seminario fu trasferito a Torino e l’edificio fu ceduto alla Amministrazione Provinciale che era alla ricerca di sedi per le nuove scuole richieste dalla crescita della popolazione di quegli anni.

L’ Istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri e Corrispondenti in Lingue estere iniziò la sua attività autonoma a Rivoli nell’anno scolastico 1978-79; dal 1986 assunse ufficialmente la denominazione di “Oscar ROMERO”, vescovo del Salvador ucciso nel 1980 mentre celebrava la messa.

Nel 1988 l’istituto raggiunse il massimo degli alunni, con 55 classi. Successivamente una parte dell’edificio fu adibita a sede della sezione staccata dell’Istituto Professionale Valentino BOSSO, di Torino.

In seguito l’amministrazione scolastica preferì aggregare le classi del Professionale a quelle del Tecnico ed il ROMERO assunse la denominazione di Istituto di Istruzione Secondaria, con una Sezione Tecnica ed una Sezione Professionale.

 

Nell’ultimo decennio dopo il fallimento di diverse proposte di riforma della scuola che non arrivavano mai ad ottenere l’approvazione parlamentare, il Ministro Gelmini riuscì ad imporre un “riordino” del sistema scolastico consistente, per la scuola secondaria, nella riduzione del numero degli indirizzi di studio e nella riduzione del numero delle ore settimanali di lezione, che nel nostro istituto passarono da 36 ore settimanali a 32.

 

In base a tale riordino presso il Romero oggi funzionano:

• una sezione di Istituto Tecnico Economico con tre indirizzi:

 - Amministrazione Finanza e Marketing;

 - Am. Fin. Mark. - Relazioni Internazionali;

 - Turismo;

• una sezione di Istituto Professionale per i Servizi Commerciali.

 

 fotoMons. Oscar Arnulfo Romero

San Salvador, 24 marzo 1980, ore 18.30.

Colpito da un sicario mentre celebra l'Eucarestia, mons. Oscar Arnulfo Romero cade ucciso.

In un Salvador devastato da oltre un decennio di oligarchie militarizzate, di povertà e di violenze strutturali, mons. Romero solleva la sua voce profetica e «denuncia tutto ciò che distrugge la dignità dell'individuo e, soprattutto, distrugge la capacità di costruire un popolo su basi d'amore, di giustizia e di pace».
Oscar Romero nasce a Ciudad Barrios di El Salvador il 15 marzo 1917 da una famiglia modesta.
A 12 anni inizia a lavorare come apprendista falegname, a 13 entrerà nel seminario minore di S. Miguel e nel 1937 nel seminario maggiore di San Salvador retto dai Gesuiti.

All’età di 20 anni frequenta l’Università Gregoriana a Roma dove si licenzierà in teologia nel 1943, un anno dopo essere stato ordinato Sacerdote.

In patria svolgerà con passione l’attività pastorale come parroco e, subito dopo, direttore del seminario interdiocesano di San Salvador.

Ricoprirà in seguito incarichi importanti nella Conferenza Episcopale divenendo poi Vescovo di Tombee (24 maggio 1967) e Vescovo ausiliare di San Salvador (3 giugno 1970).

Nel febbraio del ’77 è Vescovo dell’arcidiocesi, proprio quando nel paese infierisce la repressione sociale e politica.
Vince le elezioni presidenziali il generale Carlos H. Romero, ma la nomina del nuovo Vescovo non desta preoccupazione: si sa che è “un uomo di studi”, non impegnato socialmente e politicamente, è un conservatore dedito ad una pastorale “spirituale”, quasi disincarnata.

Ma mons. Romero comincia a lavorare con passione e profonda fede: e non può ignorare i fatti tragici e sanguinosi che interessano la gente, il suo popolo.
Dirà più tardi: "Ognuno ha le sue radici. Io sono nato in una famiglia molto povera. Ho sofferto la fame, so cosa significa lavorare da bambino.

Da quando entrai in seminario e iniziai i miei studi fino a quando mi mandarono a Roma a finirli passai anni e anni tra i libri dimenticandomi delle mie origini. Mi feci un altro mondo... "
A Santiago de Maria (inizia la sua pastorale vescovile) mi scontrai di nuovo con la miseria: con quei bambini che morivano solo per l'acqua che bevevano, con quei contadini che faticavano duramente per ore e ore... Sa, il carbone che è stato bragia, un piccolo soffio e prende fuoco! E non fu roba da poco quello che successe quando arrivò all'arcivescovado padre Grande.
Che cosa cambiò l’atteggiamento del vescovo? Evento scatenante fu l’assassinio del gesuita Rutilio Grande (12 marzo 1977) suo amico e collaboratore da parte dei sicari del regime. «Quando io vidi Rutilio morto pensai: se lo hanno ammazzato per quello che faceva, tocca a me camminare per la sua stessa strada... Cambiai, sì, però fu anche un ritorno».
Romero apre un’inchiesta sul delitto e ordina la chiusura di scuole e collegi per tre giorni consecutivi. Istituisce una commissione permanente in difesa dei diritti umani, inizia una sistematica denuncia delle violazioni dei diritti umani durante le omelie.
Il regime, sfidato, aveva alzato il tiro: dal 1977 al 1980 si alternano i regimi ma non cessano i massacri: il 24 marzo 1980 Oscar Romero, proprio nel momento in cui sta elevando il Calice nell’Eucarestia, viene assassinato.
Pochi minuti prima, concludendo l’omelia, ha detto: «Uno non deve mai amarsi al punto da evitare ogni possibile rischio di morte che la storia gli pone davanti. Chi cerca in tutti i modi di evitare un simile pericolo, ha già perso la propria vita».
Da quel giorno la gente lo chiama, lo prega, lo invoca come san Romero d'America.
Il popolo e i vescovi di tutto il mondo assistono ai suoi funerali e sono aggrediti dalle forze di polizia.
La profezia di Romero, il vescovo fatto popolo, si è realizzata: “Se mi uccideranno – aveva detto – risorgerò nel popolo salvadoregno”.
Nel 2005 il nostro Istituto ha avuto il piacere di ospitare un sacerdote che ha conosciuto personalmente mons. Romero: P. Benito Tobar.
Ci ha raccontato del Salvador e di mons. Romero, abbiamo sentito raccontare direttamente da un testimone la situazione del Salvador e l'impegno del vescovo per la giustizia e per il suo popolo.
 

Per saperne di più:
 

Scritti di O. A. Romero
- Diario, ed. La Meridiana, Molfetta 1990.
- Romero …y lo mataron. Scritti e discorsi di una vittima della repressione in America Latina, ed. AVE, Roma 1980.
 

Scritti su O.A. Romero
- AA.VV., Il vescovo Romero, martire per la sua fede per il suo popolo. Ed. EMI, Bologna 1980.
- LEVI A., Oscar Arnulfo Romero.Un vescovo fatto popolo, Ed. Morcelliana,Brescia 1981.
- J.R.Brockman, "Oscar Romero. Fedele alla parola", Cittadella Editrice, Assisi 1984.
- Ettore Masina, Oscar Romero, prefazione di Leonardo Boff, Edizioni Cultura della Pace - San Domenico di Fiesole (FI), 1993
- Ettore Masina, "L'Arcivescovo deve morire. Monsignor Romero e il suo popolo", ed. del Gruppo Abele, 1996.
 

WEB:
http://servicioskoinonia.org/romero/ (sito in lingua spagnola)
http://www.giovaniemissione.it/testimoni/romero.htm
http://www.paginecristiane.net/romero/
 

Audiovisivi
“ROMERO” di John Duigan distribuito in home-video da Titanus.

 

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ATTACCO AL SEMINARIO

«Verso la fine del giugno 1944 stavamo organizzandoci per bloccare la ferrovia Torino-Susa, quando arrivò l’ordine del CLN di compiere un’azione di disturbo al Seminario, dove stazionavano le truppe SS italiane.
L’ordine venne impartito poiché, a livello generale, si stava operando una serie sistematica di azioni per dissuadere il comando tedesco a trasferire truppe sul fronte meridionale. Infatti gli alleati stavano avanzando in modo incontenibile e il comando tedesco aveva già provveduto a trasferire alcune forze del settore nord, dove operavano contro i gruppi di resistenza, sui fronti del sud.
L’intendimento del CLN era dunque evidente. Costituire un fronte di lotta al nord, organizzato da impegnare quanto più possibile il nemico.
Partimmo quindi, verso l’una di notte dal Col del Lys. Eravamo circa 100 uomini su due camion corriere. Corrado Filippini, Giuseppe Sampò, Giovanni Morra su un’auto a far da staffetta, precedevano la colonna.
Non incontrammo alcuna difficoltà lungo la strada (Almese, ponte di S. Antonio di Ranverso, stradone sul C.so Buttigliera, Stazione di Rosta) ed arrivammo alla rocca della Maddalena (vicino a Viberti), dove ci fermammo per proseguire a piedi, temendo di essere visti o che si sentissero i rumori dei motori.
Avevamo l’ordine di arrivare al Seminario nel massimo silenzio per prendere di sorpresa i fascisti. Alcuni ragazzi però, prima di arrivare, cominciarono a sparare. Era ormai fallito il piano di sorpresa e nel buio, senza un coordinamento preciso, non si capiva più cosa si potesse fare.
L’azione perlomeno riuscì a far fuggire alcuni prigionieri, fra i quali alcuni russi e molti georgiani che rimasero per qualche tempo con noi. Ci aiutarono poi nell’azione di sabotaggio ai binari sulla linea per Avigliana. Uno di essi rimase con noi fino alla fine della Resistenza e poi si sposò ed abitò a lungo ad Alpignano.
Impegnammo comunque in quella azione le forze fasciste per circa due ore, senza tuttavia riuscire ad avvicinarci di più al Seminario, finché esaurimmo le munizioni. Allora ci ritirammo, risalimmo sugli automezzi e ripartimmo».

Giuseppe Sampò e Corrado Filippini – partigiani – Attacco al Seminario di Rivoli, pp.149-150.
In Testimonianze sulla resistenza in Rivoli, Rivoli, aprile 1985, a cura della città di Rivoli e Consiglio Regionale Piemonte.

«L’operazione, articolata dal CLN su diversi fronti per creare azioni di disturbo e dare la sensazione che le bande partigiane avessero una certa forza, fu tentata nel mese di giugno 1944, con azioni contemporanee condotte da diverse formazioni contro la polveriera in Val Sangone, contro la polveriera di Avigliana, contro le forze dislocate al Seminario di Rivoli e alla caserma di Lanzo».

Giovanni Vacchiero e Sergio Siccardi – partigiani, p. 148.
In Testimonianze sulla resistenza in Rivoli, Rivoli, aprile 1985, a cura della città di Rivoli e Consiglio Regionale Piemonte.

«Un presidio delle SS italiane è accantonato al Seminario di Rivoli, dove c’è anche la Scuola Allievi Ufficiali della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) diretta dal Tenente Colonnello Ettore Lucas.
Il 26 giugno un gruppo di partigiani lo assalta. C’è una fitta fucileria, due ribelli – Giovanni Bargellini di Torino e Luigi Costantini di Laveno (Varese) – vengono catturati e denunciati dal Colonnello Cabras della GNR al Tribunale Speciale per la difesa dello stato che ha sede a Parma.
Nello stesso Seminario il 13 agosto le SS italiane impiccano due partigiani del Polesine, esattamente di Baruchello (Rovigo). Sono Rodolfo Rossi e orlando Scavezza che abitavano a Rosta, paese vicino a Rivoli e che sono stati catturati durante un conflitto a fuoco. Maria Andrioli Rossi, cognata dell’ormai defunto Rodolfo, vuole vedere le salme al cimitero ma glielo impediscono.
Dopo lunghe trattative il Sergente Valenta le concede l’autorizzazione ed è ammessa al cimitero.
Il giorno dopo chiede di poter trasportare la salma a Rosta, paese del congiunto, come aveva chiesto il morituro prima di salire sul patibolo e spiega al Capitano Galbiati che quell’uomo ha lasciato quattro figli ». (...)
«I due impiccati fanno parte di un gruppo di partigiani delle formazioni “Marcellin” (Autonomi) caduti in mano ai nazifascisti durante i rastrellamenti iniziati il 12 luglio e ripresi con forza il 30 in tutta la zona che dall’Alta Val Chisone arriva al Sestriere e quindi scende a Cesana, Ulzio, Bardonecchia e Susa.
Partecipano alle azioni assieme ai tedeschi due battaglioni di SS italiane (che hanno posto le basi a Cesana), un battaglione di bersaglieri di Salò (Susa), paracadutisti della “Nembo” e allievi ufficiali dell’Aeronautica Repubblicana».

Mario Bocchio. La Guerra Civile in Piemonte 1943-1945 vol. II, pp. 52-53, ed. Chiaromonte. Giugno 2003, Collegno (TO)

«Rodolfo Rossi e Orlando Scavazza erano stati attivi partigiani nel Veneto a Contarina. Furono catturati e portati in un campo di concentramento in Germania. Accettarono di far parte delle squadre operaie al servizio dell’esercito tedesco con l’intenzione di fuggire, appena si fosse manifestata l’occasione. Così fecero. Appena furono trasferiti a Rivoli, al Castello, fuggirono e salirono al Col del Lys dove si misero in contatto con le forze partigiane.
Furono ancora catturati e impiccati in Rivoli il 13 agosto 1944».

Bruno Simioli (il ribelle) – partigiano, p.164.
In Testimonianze sulla resistenza in Rivoli, Rivoli, aprile 1985, a cura della città di Rivoli e Consiglio Regionale Piemonte.
 

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